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Quanti problemi ha l’Inter di Chivu

L’avvio di stagione ha messo in luce diversi dubbi sulle scelte del tecnico rumeno. Chivu sarà costretto a cambiare per non dilapidare un capitale tattico raro costruito negli ultimi anni.

Il dato è impietoso: 14 gol subiti in 8 partite ufficiali sono troppi per una squadra che ha evidentemente perso la propria solidità difensiva. La Champions League è il palcoscenico dove tale fragilità si manifesta: 7,05 xGA in due partite contro Real Madrid e Club Brugge (6,98 xGA, invece, in sei partite di campionato).

L’Inter si è ritrovata sotto di due gol per 5 volte in stagione e le uniche partite che non è riuscita a recuperare sono state, guardacaso, quelle europee. Non ci sorprende: Chivu ha stravolto l’organizzazione tattica dei nerazzurri destrutturandola in favore di un gioco verticale frenetico e speculativo – che in Italia funziona solo in virtù del divario tecnico.

Fino alla scorsa stagione sopravvivevano gli strascichi di un gioco collettivo volto al dominio territoriale, al supporto corale della manovra, all’assedio dell’avversario nella propria trequarti. Oggi la squadra vive di transizioni: se il recupero riesce, la verticalità ossessiva non dà il tempo a chi sta dietro di accompagnare. Basta osservare le heatmap di Bisseck o Bastoni per notare come i braccetti abbiano quasi azzerato l’apporto offensivo (non si sovrappongono e non entrano nemmeno più nell’area avversaria – spesso lasciata troppo vuota – se non per i corner).

In generale, c’è meno rotazione, meno imprevedibilità, meno respiro. I quinti a piede invertito sono un abominio tattico estemporaneo: Diouf, Luis Henrique e (ieri) persino Spence non danno ampiezza ma sono portati a stringere verso l’interno del campo con scarsi risultati.

Il risultato è una brutta imitazione del gioco arrembante delle big europee – fatto di 4-3-3, spunti individuali, riaggressione alta e spregiudicatezza – senza gli interpreti adatti: il reparto difensivo non è abbastanza prestante per tenere corte le distanze e poi coprire 50 o 60 metri in ripiegamento; tra i centrocampisti, poi, manca un vero incontrista di gamba (alla Koné, per intenderci).

Sembra che Chivu abbia cercato di applicare le proprie idee senza considerare i valori della rosa a disposizione: un organico molto più riflessivo che istintivo, più preventivo che azzardato. E sembra anche che manchi un’analisi approfondita dell’avversario: raramente si notano accorgimenti tattici volti a sfruttare il punto debole nemico (l’Inter imposta ogni partita alla stessa maniera).

Al contrario, gli altri allenatori imparano in fretta: il caso Diouf è un macroesempio di vulnerabilità difensiva sfruttata sistematicamente dagli avversari (lo ha fatto Gasperini con Soulé, ma anche Gilardino con El Bilal) che costringe il braccetto di riferimento a corse orizzontali continue.

Nota a margine ma doverosa per l’argomento portiere: l’Inter spese 15 milioni per Handanovic nel 2012, poi quasi nulla fino ai circa 14 per Martínez del 2024. E circa 3 per il futuro titolare, che ha già 32 anni.

Perché imporre ritmi forsennati a una squadra che trovava i propri punti di forza nella pazienza e nell’acume tattico? Perché inibire la pericolosità di braccetti dallo spiccato senso offensivo? Perché rinunciare al filtro di centrocampo preferendo Zielinski a Stankovic quando manca Calhanoglu?

L’Inter ha una rosa forte e lunga ma necessita di organizzazione e analisi – che sono poi i veri termini di paragone con l’Europa. Il caos tattico di Chivu garantisce gol e spettacolo ma non la continuità di rendimento e risultati.

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