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Come leggere davvero le statistiche della Serie A: xG, possesso e i numeri che ingannano

Le statistiche hanno rivoluzionato il modo di vedere il calcio, ma scopriamo come interpretarle correttamente

Le statistiche del calcio sono diventate accessibili a chiunque nel giro di pochi anni. Expected goals, mappe dei tiri, percentuali di possesso, indici di pressing: dati che dieci anni fa restavano dentro i club oggi si trovano gratuitamente dopo ogni giornata di Serie A.

Il problema è che la disponibilità non porta con sé la capacità di interpretazione. La maggior parte delle discussioni sui numeri si ferma al dato grezzo — «ha avuto il 62% di possesso», «ha tirato venti volte» — senza chiedersi cosa quel dato descriva realmente. E diversi tra i numeri più citati sono anche tra i meno informativi.

Questa è una guida alla lettura, non una classifica. Vale per qualsiasi giornata e per qualsiasi squadra.

Expected goals: cosa misura e cosa no

L’expected goals assegna a ogni conclusione una probabilità di diventare gol, basata su un archivio storico di tiri comparabili: distanza, angolo, parte del corpo, tipo di azione, pressione difensiva. Un tiro con xG di 0,15 è un tiro che, in media, finisce in rete quindici volte su cento.

Il valore dell’xG sta nel fatto che descrive la qualità delle occasioni create, non il risultato. Una squadra che perde 1-0 producendo 2,4 xG contro 0,3 ha giocato bene e ha perso. Su una singola partita quel dato non consola nessuno; su dieci partite indica quasi sempre che i risultati miglioreranno.

Ma l’xG ha limiti precisi che vengono spesso ignorati.

Non conosce il portiere. Un modello xG valuta il tiro nel momento in cui parte. Non sa che dall’altra parte c’era un intervento straordinario o una papera.

Non conosce il contesto tattico. Una squadra in vantaggio di due gol che si chiude concede tiri da fuori area a basso xG. Il dato non distingue tra una difesa efficace e una difesa fortunata.

Su campioni piccoli è rumore. Tre partite di xG non dicono nulla. Quindici cominciano a dire qualcosa. È lo stesso principio per cui una media di rendimento su poche giocate non descrive un giocatore.

Il possesso palla è il dato più sopravvalutato

Nessun numero viene citato più spesso e con meno significato. Il possesso misura quanto tempo una squadra ha avuto il pallone, e questo di per sé non è né buono né cattivo.

Ci sono squadre che costruiscono la propria identità sul controllo del gioco e ci sono squadre che il pallone lo cedono volentieri, perché il loro modello di gioco vive delle transizioni. Entrambe le impostazioni hanno vinto campionati in Italia. Il possesso in sé non separa le une dalle altre.

Il dato diventa utile solo quando viene qualificato. Dove avviene il possesso — nella propria metà campo o nella trequarti avversaria? Quanti passaggi servono per arrivare a una conclusione? Il possesso produce ingressi in area o giri palla orizzontali davanti alla difesa schierata?

Una squadra con il 60% di possesso e otto ingressi in area sta facendo qualcosa di molto diverso da una squadra con lo stesso possesso e venti ingressi.

I numeri difensivi mentono più degli altri

Le statistiche difensive sono le più insidiose, perché la maggior parte di esse premia le squadre che difendono spesso.

Contrasti, intercetti, respinte: chi guida queste classifiche a fine stagione è quasi sempre una squadra che passa molto tempo senza palla. Non è una misura di solidità, è una misura di esposizione. Il difensore con più respinte del campionato non è il migliore del campionato — è quello a cui arrivano più cross.

I dati che dicono qualcosa sono altri. Gol attesi concessi per partita. Numero di passaggi che l’avversario riesce a completare prima di un’azione difensiva, che indica quanto in alto una squadra recupera il pallone. Percentuale di duelli aerei vinti in area, che a differenza del conteggio grezzo tiene conto del volume.

Cosa succede su calcio piazzato

I calci piazzati producono una quota di gol sproporzionata rispetto al tempo di gioco che occupano, e sono l’area in cui i numeri sono più stabili di stagione in stagione.

Il motivo è che dipendono meno dal flusso della partita. Un corner è una situazione ripetibile, provata in allenamento, con posizionamenti fissi. Le squadre che vanno bene su palla inattiva tendono a continuare ad andarci bene, mentre il rendimento in campo aperto oscilla molto di più.

Per chi legge statistiche, questo significa che il dato sui piazzati ha valore predittivo superiore alla media anche su campioni relativamente piccoli.

Conversione e regressione

L’errore più comune nell’interpretazione dei dati calcistici è trattare una percentuale di conversione anomala come una qualità permanente.

Quando una squadra segna molto più di quanto i suoi xG suggeriscano, esistono due spiegazioni. La prima è che abbia attaccanti eccezionali nella finalizzazione. La seconda è che stia attraversando un periodo fortunato. Nella grande maggioranza dei casi la seconda spiegazione pesa più della prima, e il rendimento tende a riavvicinarsi alla media.

Vale anche al contrario, ed è il motivo per cui vale la pena guardare i numeri sottostanti di una squadra in difficoltà prima di dichiararla in crisi. La differenza tra gol segnati e gol attesi è uno dei pochi indicatori che segnala in anticipo un cambio di rendimento.

È lo stesso ragionamento che sta dietro alla costruzione delle quote: un mercato efficiente sconta la regressione prima che sia visibile in classifica. Chi segue il campionato con un occhio ai dati e uno ai mercati — che si tratti di analisi o di una scommessa piazzata su il bookmaker Toshi.bet o altrove — sta guardando due letture dello stesso fenomeno, con la differenza che una delle due ha del denaro sopra.

I minuti contano più di quanto sembri

Un ultimo avvertimento sulla lettura dei dati individuali: quasi tutte le classifiche pubblicate sono in valore assoluto e non normalizzate.

Un centrocampista con sei assist in 2.900 minuti e uno con quattro assist in 900 minuti non sono confrontabili nella stessa colonna. Il secondo sta producendo a un ritmo quasi il doppio. Le statistiche per 90 minuti risolvono il problema, ma vanno maneggiate con attenzione sui giocatori con pochi minuti complessivi, dove una singola partita distorce l’intera media.

La regola pratica è semplice: sotto i 600 minuti stagionali, qualsiasi dato per 90 minuti va considerato indicativo e nulla di più.

Come mettere insieme le cose

Chi vuole leggere la Serie A attraverso i numeri senza restare ingannato può partire da quattro domande.

Il rendimento è sostenuto dai dati sottostanti o dalla conversione? Il possesso si traduce in ingressi nell’area avversaria? I numeri difensivi descrivono solidità o soltanto quantità di lavoro? E il campione è abbastanza ampio perché il dato significhi qualcosa?

Nessuna di queste domande richiede modelli complicati. Richiedono soltanto l’abitudine a chiedersi cosa un numero stia effettivamente misurando prima di usarlo per sostenere una tesi — un’abitudine che, per inciso, vale anche fuori dal campo, dalle piattaforme di intrattenimento che pubblicano apertamente le proprie percentuali di ritorno come giochi da casinò con prelievi istantanei a qualunque altro contesto in cui una cifra viene presentata come argomento.

Il calcio resta imprevedibile, ed è questa la ragione per cui lo si guarda. I dati non eliminano l’incertezza: la rendono misurabile, il che è una cosa diversa e molto più utile.

Il gioco può causare dipendenza ed è riservato ai maggiori di 18 anni. Gioca responsabilmente.

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