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L’Italia esporta un solo tipo di calciatore

Il pragmatismo della Serie A produce laterali da Premier League. Quasi mai il resto

All’inizio della scorsa stagione, affascinati dalle touche retrò e dallo strapotere fisico con cui Michael Kayode conquistava il pubblico inglese, scrivevamo: “L’Italia sta diventando prima produttrice di terzini con caratteristiche da Premier League”. L’ex Fiorentina si inseriva perfettamente nel solco tracciato dall’aprifila Destiny Udogie: tecnica poco raffinata, ma tanta corsa, velocità, forza e intensità. Qualità estremamente apprezzate nel calcio a mille all’ora d’Oltremanica.

Per questo, alle prime sgroppate di Palestra – sebbene il bagaglio tecnico sia notevolmente superiore ai due citati – ci era venuto naturale collocarlo nella categoria degli “esterni da Premier” (teoria confermata dai 55 milioni sborsati dal Chelsea): struttura fisica, progressione straripante, a cui si aggiungono il gran pregio dell’ambidestrismo e le doti di dribbling. Sulla stessa scia muscolare, si stanno formando i vari Bartesaghi, Fortini, Idrissi.

Ad annata conclusa, bisogna constatare amaramente che ormai è questo il prototipo di giocatore che identifica oggi l’Italia agli occhi del calcio europeo, l’unico che attira davvero gli sguardi degli osservatori delle big inglesi: l’esterno azzurro. Ma non – strano a dirsi – il laterale con il bagaglio tecnico di Dimarco, la duttilità tattica di Cambiaso o la funzionalità di Di Lorenzo. Bensì, l’esterno dal fisico statuario, con il motore e la falcata di Palestra.

Ai cambiamenti fisiologici del gioco, sempre più regno di giocatori completi, in grado di abbinare fisicità ed alta intensità, il nostro movimento si è adattato, ovviamente in maniera conservativa. Mentre gli altri formavano esterni offensivi, propensi all’uno contro uno e in armonia con la direzione d’attacco del calcio moderno, l’Italia ha prodotto “quinti”, esterni difensivi più in linea con le necessità di un campionato maniaco del controllo e avverso al rischio, dove tutto è sacrificabile in nome del pareggio e dell’equilibrio.

La necessità di restare a galla come unico obiettivo e il pragmatismo come sola via percorribile, significano inevitabilmente abdicare ai dogmi del 5-3-2, schieramento che, in mancanza di qualità e idee, può esaltare davvero soltanto le capacità aerobiche dei cadetti. L’unica tipologia di giocatore con un certo appeal che il nostro movimento è in grado di produrre. Dietro la new wave di esterni italiani che rimpinguano le fasce della Premier League, dunque, si annidano tutti i limiti di un sistema isolato, in grado di sfornare talenti compatibili con il calcio moderno e i ritmi british soltanto sui binari laterali.

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