Il Como ha imparato a sopravvivere in Serie A senza tradirsi
In undici giorni il Como ha dimostrato di sapersi adattare alla Serie A senza tradire i propri principi.
“Tu pensi veramente che non vogliamo vincere tutte le partite? Da fuori forse si percepisce che per noi non è importante vincere, ma per noi è importantissimo vincere. Dobbiamo avere una nostra identità, essere pazienti in certe cose, ma il nostro obiettivo è vincere. Leggerezza 0%, vogliamo sempre fare la grande gara per i 3 punti”.
Cesc Fabregas
Con le 4 partite disputate dal Como negli ultimi 11 giorni, sono caduti uno dopo l’altro i sostenitori dell’astratto e vacuo dibattito “anti-giochista”: coloro che credono possano esistere davvero allenatori animati dalla velleità del bel gioco fine a sé stesso. Come se Fàbregas fosse un vanaglorioso millantatore dell’estetica per cui le partite potrebbero disputarsi anche senza tabellino. Ma non esistono allenatori che non vogliono vincere. Esistono strade, filosofie e modalità d’intendere il calcio differenti, che variano a seconda degli interpreti, delle loro caratteristiche e di quelle degli avversari, ma tutte convergono – stucchevole ribadirlo – nella ricerca del modo più efficace per arrivare al risultato.
Nelle ultime due uscite – a San Siro contro il Milan e allo Stadium contro la Juventus – abbiamo visto un Como diverso. Una squadra capace di cambiare pelle, in funzione della migliore interpretazione possibile della partita, senza snaturarsi e mantenendo ben saldi i suoi principi fondamentali: a casa di Allegri – che all’andata gli aveva fatto le scarpe mettendo in scena il più prevedibile dei copioni – Fàbregas ha saputo reinventarsi, schierando una difesa a 5; contro i bianconeri ha accettato di abbassare leggermente il suo baricentro, aggiungendo un centrocampista e optando per una pressione meno forsennata e più ponderata. In entrambe le partite, il Como ha accettato di non avere il dominio totale del gioco, chiudendo con una % di possesso palla inferiore all’avversaria, e ha sfruttato come armi offensive il recupero alto e il contropiede.
Nonostante i pattern diversi rispetto a quelli a cui ci aveva abituato, se le squadre avessero giocato con maglie bianche e senza numeri, avremmo comunque potuto affermare con certezza quale delle due fosse il Como, nel segno di un’identità di gioco, di principi e di richieste riconoscibili ed efficaci. È come vedere una squadra composta da 11 Fàbregas, non tanto per la qualità diffusa di tutti i calciatori, quanto perché tutti eseguono con una rapidità di pensiero e una sinergia che sembrano derivare da un corpo unico. Sanno esattamente cosa fare sia in fase di possesso, sia quando la palla ce l’hanno gli avversari: come andare a pressare e quando farlo, come, dove e quando muoversi, quando è il momento di alzare i ritmi e quando è il caso di gestire il possesso.

In poco più di una settimana, il Como è diventato grande, e non per i successi storici ottenuti (la prima semifinale di Coppa Italia dopo 40 anni e la prima vittoria a Torino dopo 75). I “giovani” lariani hanno dimostrato straordinaria maturità, tradotta nella capacità di adattarsi alla partita e all’avversario, nella gestione dei momenti delle gare e nella personalità che ha sempre caratterizzato le scelte degli uomini in campo, emersa ancor più chiaramente all’aumento della posta in palio. Tutte qualità da ricercare nel rapporto di fiducia osmotico tra il gruppo e il suo allenatore, che ha potuto scrollarsi di dosso l’erronea etichetta di “giochista ad ogni costo” italianamente incollategli dal suo arrivo nello Stivale.
Si imputa spesso alla società lariana di competere grazie alle sue ingenti disponibilità economiche, ma – escludendo il lapalissiano “non basta avere i soldi, bisogna saperli spendere” – sono i giocatori meno costosi e celebrati che incarnano al meglio il modo di intendere il calcio di Fàbregas. Quello degli ultimi giorni è stato più il Como di Vojvoda, di Smolčić, di Da Cunha e di Butez che dei gioiellini à la Nico Paz. Giocatori che vedono il campo dalla stessa prospettiva del loro allenatore, da cui hanno accettato di farsi plasmare assorbendone con convinzione i principi. La risultante è una squadra che pensa all’unisono, si muove armoniosamente ed esegue in funzione di una ricerca ben precisa, senza mai affidarsi al caso e che, alla fine di questo tour de force, lancia inequivocabili segnali di continuità – soprattutto mentale, di cui aveva peccato – e consapevolezza.