Il calciomercato che da mezzo diventa fine (a sé stesso)
L’analisi di un trend che porta le società a soprassedere sulla progettualità e non dare neanche 12 mesi di tempo alle proprie scelte
Che il calciomercato sia in progressivo cambiamento e completamente diverso rispetto ad anni fa è ormai assodato. È un giro di investimenti sempre più grande e globale. Ultimamente, però, sta prendendo una traiettoria particolare, a tratti preoccupante. Questo non riguarda la mole di soldi spesi o il numero — in costante aumento — di singoli trasferimenti. Bensì riguarda la progettualità, che ormai sembra molto approssimativa. Distante dall’oculatezza che si percepiva in ogni ‘colpo’ effettuato dai direttori di una volta.
Teoricamente, almeno fino a qualche anno fa, puntare su un profilo era una scelta tecnica importante, un investimento da cui rientrare negli anni, sia sul piano sportivo che sul piano economico. Oggi, invece, si prendono decisioni alla rinfusa, spesso smentite dopo pochi mesi. Sia per quanto riguarda gli allenatori che in merito ai giocatori. La cultura moderna del “tutto e subito” sta permeando anche la progettualità sportiva. Così il calciomercato sembra più un mezzo per comunicare un acquisto in più, fare contenti i tifosi e vendere più magliette, che un mezzo per costruire una squadra, un gruppo.
Le incertezze della Juventus
Analizziamo caso per caso le scelte sempre più scellerate e raffazzonate delle società italiane, a partire dalla Juventus. Il club più vincente d’Italia nella scorsa stagione ha fatto una scelta forte, affidando a Thiago Motta la panchina post-Allegri. Dopo otto mesi la dirigenza bianconera torna sui suoi passi. Nonostante la squadra stesse lottando per l’accesso in Champions League, via l’ex tecnico del Bologna e dentro Igor Tudor. Incerto del suo futuro, l’allenatore croato traghetta i bianconeri nelle prime quattro e si accaparra la riconferma. Nuova stagione, stesso modus operandi. A fine ottobre salta di nuovo la panchina, poi affidata a Spalletti.
In appena un anno la Juve ha cambiato tre allenatori, ma anche tre filosofie diverse. Già questo è un campanello d’allarme riguardo alla progettualità. Ma se non bastasse la Vecchia Signora ne ha combinate delle belle anche sul calciomercato. Il primo caso è quello di Tiago Djalò, soffiato all’Inter nel gennaio 2024 per 5 milioni di euro. In bianconero appena una presenza e poi una girandola di prestiti. Sei mesi più tardi è la volta di Douglas Luiz. Costato oltre 50 milioni di euro, a Torino non sono mai riusciti a trovargli una veste tattica e da qui anche a lui è toccata una girandola di prestiti.
Infine, ancora più attuali sono i granchi presi dalla dirigenza sulla fascia destra. A gennaio 2025 arriva Alberto Costa per 14 milioni. Inizia a rilento, poi inizia a far intravedere qualcosa. Ma dopo sei mesi è già addio per imbastire uno scambio con il Porto. Alla Juventus va João Mario, esterno portoghese classe 2000. In estate sembrava poter essere il titolare di Tudor, ma dopo le prime apparizioni viene subito relegato in panchina. E allora, dopo altri sei mesi, ancora uno scambio. Out l’ex Porto, in Emil Holm. Sarà quello giusto?
Le false speranze del Milan
Come la Juventus, nell’estate 2024 anche il Milan aveva preso una decisione importante sulla propria guida tecnica. Finito il ciclo Pioli, arriva Paulo Fonseca. Il feeling tra la piazza rossonera e il portoghese non scatta, tanto che la panchina salta a ridosso di capodanno. Al suo posto il connazionale Conceiçao, che farà in tempo a conquistare una Supercoppa Italiana, ma non la riconferma. A luglio, per sostituirlo, è stato scelto Allegri. Anche qui tre allenatori diversi e tre filosofie molto distanti tra loro.
Anche il Diavolo in sede di acquisti ha peccato di fretta. Per Fonseca sceglieva Emerson Royal sulla fascia destra e Alvaro Morata come bomber. Sei mesi dopo erano entrambi completamente fuori dal progetto. Al posto del centravanti spagnolo a gennaio entrava Santiago Gimenez, prelevato per oltre 30 milioni e arrivato tra le rosee speranze dei tifosi. Oggi il messicano, al netto degli infortuni, è l’ultima ruota del carro dell’attacco rossonero.
Le incomprensioni dell’Inter
Caso diverso, ma comunque molto interessante quello dell’Inter. La dirigenza nerazzurra non si è smentita troppe volte né nella scelta della guida tecnica, né sul player trading. Fatta eccezione di alcuni innesti minori come Tomas Palacios o Tajon Buchanan. Nel corso dell’ultima sessione estiva del calciomercato, però, ha impostato in maniera molto particolare — e a dire il vero poco chiara — la propria strategia di attacco.
Inizialmente sembrava voler puntare tutto su Ademola Lookman, tanto da essere pronta a investire quasi 50 milioni di euro. Fallito l’assalto al nigeriano, ha spostato le proprie attenzioni verso Manu Koné. Da una mezzapunta brava a saltare l’uomo e prolifica in zona-gol, che tra l’altro permetteva il passaggio al 3-4-2-1, a un centrocampista box-to-box che fa dell’interdizione la sua specialità. Curioso, no? Se non altro perché la scelta finale ricade su Andy Diouf, un profilo ancora diverso. Anch’egli centrocampista, ma più di gamba e d’inserimento e sicuramente meno pronto di Koné.
Il disastro estivo del Napoli
Nelle ultime stagioni anche sotto al Vesuvio ci sono stati problemi nella costruzione di una rosa completa e in linea con tutte le richieste di mister Conte. Profili come Rafa Marin, Natan, Lindstrom e Ngonge non hanno mai fatto breccia nel cuore dei vari tecnici partenopei e la loro permanenza in azzurro è durata meno del previsto. Lo stesso destino è toccato ad alcuni degli investimenti più importanti dell’ultima finestra di mercato. Luca Marianucci, acquistato da Manna per 10 milioni di euro, ha collezionato 118′ sotto la guida di Conte, per poi essere girato in prestito al Torino.
Copia-incolla su Noa Lang. Prelevato dal PSV per 25 milioni, sei mesi dopo finisce in prestito con diritto al Galatasaray, dov’è già un idolo della piazza. Al suo posto arriva Alisson Santos. Davanti erano stati investiti 35 milioni per Lorenzo Lucca, in cui però non è mai stata riposta tanta fiducia. Con l’infortunio di Lukaku, i gradi da titolare sono passati a Hojlund e lui dopo mezza stagione è volato in Inghilterra. Numericamente è stato sostituito da Giovane, una sorta di copia, meno esperta, di Raspadori, mandato via ad agosto. Scelte decise in estate, tutte smentite dopo pochi mesi. Senza dare una seconda chance a nessuno.
I dietro-front della Roma
Non si è distinta neanche la Roma, complici vari cambi sia nel board dirigenziale che e alla guida tecnica. Sulle fasce sono stati tanti i tentativi non andati a buon fine, da Saud Abdelhamid a Samuel Dahl (oggi titolare al Benfica), passando per Anass Salah-Eddine. In mezzo al campo, dopo il fallimento di Aouar, è arrivato Enzo Le Feé, a cui è stato riservato lo stesso trattamento. Acquistato per 23 milioni dal Rennes nell’estate 2024, dopo sei mesi è stato ceduto per la stessa cifra al Sunderland, che lo ha riscattato dopo aver conquistato la promozione in Premier League.
Il buco nell’acqua più grande, però, è stato fatto in attacco. Salutato Abraham, la Lupa ha investito 30 milioni più bonus per Artem Dovbyk. Oggi, al di là di qualche acciacco fisico, è finito molto indietro nelle gerarchie. In estate, dunque, era stato scelto Evan Ferguson, in prestito con diritto (fortunatamente, col senno di poi). Out per problemi fisici, anch’egli non è nelle grazie del Gasp. Così a gennaio i giallorossi hanno rimesso mano al portafoglio, portando nella capitale Donyell Malen e Robinio Vaz. Oltre a lui è arrivato Bryan Zaragoza, che ha preso il posto di Leon Bailey, altro colpo estivo durato appena sei mesi.
Non è una questione di classifica
E se finora abbiamo analizzato solo casi di top club, che hanno degli obiettivi quasi obbligatori da perseguire per rimanere in piedi finanziariamente, gli esempi si sprecano anche in società non d’élite. Un anno fa la Lazio ha sborsato oltre 10 milioni per Belahyane, oggi molto poco calcolato da Sarri. E poi, dopo aver smontato la squadra nell’ultimo mercato invernale, ha puntato su Petar Ratkov (13 milioni più bonus), che il mister — a detta sua — neanche conosceva.
Invece la Fiorentina nell’estate del 2024 sborsava 9 milioni per Amir Richardson e quella dopo 15 milioni per Simon Sohm. Due centrocampisti simili, dalla grande esuberanza fisica e con gamba e doti di inserimento. Oggi giocano entrambi lontano da Firenze. Il primo a Copenaghen, il secondo a Bologna. E sono stati sostituiti con giocatori dalle caratteristiche simili come Cher Ndour, Marco Brescianini e Giovanni Fabbian. E anche in attacco a luglio era stato scelto Dzeko, che ha fatto in tempo a togliere spazio a Piccoli (25 milioni) per poi passare allo Schalke e siglare 4 gol in 5 partite.
Per carità, i motivi per cui un allenatore o un giocatore non trovino feeling, fiducia o continuità possono essere vari, però quello che si intravede dalle ultimi sessioni di calciomercato sembra essere qualcosa di più grave. Non sono semplici casi di mancato ambientamento o un paio di colpi sbagliati. È una sfilza di esempi dove le società hanno deciso di investire soldi ma non tempo, sconfessandosi e perdendo di credibilità. Questa preoccupante tendenza è perfettamente allineata a un mondo che ormai non aspetta nessuno, ma si discosta profondamente da quello che è lo spirito dello sport, dove la crescita è un valore e non un ritardo.